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C’ERA UNA VOLTA … Il Mantello | Servizio di psiconcologia

C’era una volta un paese non molto lontano, anzi, vicino a ciascuno di noi ed alle nostre vite. Era un luogo immerso nella natura: il sole splendeva spesso sulle colline verdi e gli specchi d’acqua cristallini. I suoi abitanti vivevano sereni tra le case colorate, le strade adornate di fiori e le distese d’erba profumata.

Solo un luogo, situato nella parte più estrema del paese, era temuto e rifuggito da tutti: il grande bosco del riposo perenne. Sembrava che questo bosco racchiudesse tutte le paure più profonde della gente, tanto da non essere quasi mai nominato, a volte addirittura si negava la sua esistenza, e gli adulti non sapevano mai come parlare di questo luogo con i bambini, che invece, meno spaventati e inquietati.

Tutti sapevano che il bosco riguardava ciascuno, che aveva a che fare con quel momento comune a tutti nella vita: quello in cui ci si deve misurare con la sofferenza e separarci da chi amiamo.

Un giorno di vent’anni fa, nel paese giunse voce che quel bosco non era popolato solo da fitti alberi secolari che creavano ombre sconosciute ed inquietanti entro le quali non passavano mai i raggi del sole: arrivò la notizia che in una piccola radura tra gli alberi sorgeva una casa. Una bella casa, semplice, senza sfarzi, ma con le porte aperte per accogliere chi, stanco del proprio viaggio, ne era giunto al termine e con lui chiunque lo accompagnasse.

Anche le finestre erano sempre aperte per accogliere tutti quei pensieri e quelle emozioni che nel paese non avevano un posto in cui stare perché troppo difficili da tenere nella mente e nel cuore. All’ingresso della casa, la grande porta di legno mostrava un dipinto: un grande mantello spiegato, quasi a voler avvolgere e riscaldare chiunque giungesse lì.

Era, dunque, la casa del mantello!

Giorno dopo giorno, la presenza della casa del mantello nel temuto bosco, spinse gli abitanti del paese ad avvicinarvisi: chi per accompagnare qualcuno alla casa, chi per conoscerla.

Accadde così una cosa inaspettata: il bosco cominciò ad essere per gli abitanti del paese un luogo che non faceva così tanta paura! La casa del mantello era abitata da persone che ben presto divenivano familiari con chi ne era ospitato: con loro i viaggiatori potevano condividere le proprie storie, i pensieri e le emozioni. Anche chi li accompagnava, poteva in ogni momento trovare un angolo della casa ed un tempo per dare dimora a ciò che stava vivendo, fuori e dentro di sé.

Chi già aveva perso qualcuno che amava e stava affrontando le ombre e le luci del bosco, poteva tornare o recarsi alla casa del mantello in ogni momento ed anche nelle notti più buie e senza stelle trovava la strada, perché la casa aveva sempre una grande luce accesa sul bosco, come un faro che sapeva orientare i naviganti nel mare dell’incertezza, dell’impotenza, della paura, della tristezza, dei sensi di colpa, della rabbia.

Nessuno degli abitanti della casa aveva la risposta giusta, ma dava l’opportunità a ciascuno di stare insieme, dando un nome e un senso a ciò che tutti vorremmo negare, ma che ci riguarda sempre: il vissuto del limite.

Nella casa del mantello, chi l’abitava si ritrovava spesso a parlare anche delle proprie emozioni e dei propri vissuti: chi era lì per prendersi cura del corpo dei viaggiatori, chi era lì per accogliere le loro menti, chi era lì come volontario per condividere le loro storie ed il loro sentire. Tutti gli abitanti della casa sapevano che solo chi era consapevole dei propri vissuti poteva rendere quel luogo un posto sicuro, luminoso, realmente accogliente ed aperto a tutte le diversità.

Nel corso del tempo, non solo dal paese le persone andavano verso il bosco e la casa del mantello, ma anche dalla casa alcuni abitanti andavano verso il paese per incontrare le persone, farsi conoscere, condividere i lori timori legati al bosco; entravano nelle scuole con i bambini, gli insegnati e i genitori per costruire con loro narrazioni sulle emozioni difficili, sul significato dei cambiamenti nelle nostre vite, sulle emozioni legate al separarci da chi amiamo.

Finalmente l’indicibile poteva avere nomi, significati, condivisione e così faceva meno paura. Certo, questo non poteva togliere la sofferenza ed il dolore che entrava naturalmente nelle vite di ciascuno, ma gli abitanti di quel paese cominciarono ad avere la consapevolezza di non essere più soli in questo, che quel bosco non era un luogo da confinare ai margini del paese e delle loro vite, perché era parte delle storie di ciascuno di loro.

Dopo vent’anni, in quel paese e in quel bosco, il sole può oggi finalmente colorare le case, le vie, i prati, gli specchi d’acqua, le ombre degli alberi secolari con una profondità e un senso diverso … anche grazie a quella casa con il mantello caldo e accogliente dipinto sulla sua porta.


Giada Bertocetti, Chiara Mauri
Psicologhe psicoterapeute